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RugBio sostiene attività di social rugby per i minori a Maputo.

Il progetto è nato dall’incontro con Irene Bellamio, che nella capitale del Mozambico opera anche attraverso la squadra del Maputo Rugby Club.
RugBio ha donato risorse per avviare corsi e allenamenti di minirugby a favore dei bambini della scuola primaria di Magoanine B: oltre 700 minori che vivono in un quartiere periferico ricco di criticità socio-economiche.
Per RugBio la missione è sempre la stessa: impiegare lo sport come occasione di riscatto, formazione e inclusione. A Milano come a Maputo.
Per ora è stato aperto un ponte, che presto creerà una comunità plurale, con scambi, mediazioni e collaborazioni.
Sulle pagine di questo blog, Irene ci tiene aggiornati sulla vita del progetto e dei suoi piccoli e grandi protagonisti: è con lei che sosteniamo il rugby alla RugBio, in Mozambico come in Italia.


 

3 luglio 2018

Quando il gioco si fa duro, le dure cominciano a giocare

Nella scuola primaria di Magoanine B si è sparsa la voce che il rugby è uno sport da femmine. Gli alunni maschi si rifiutano di venire ad allenarsi perché dicono che il rugby è una cosa da femmine. Per cui, alla prima nostra partita di campionato, Magoanine si è presentata con due squadre composte da 18 giocatrici e 2 giocatori. Siamo entrate nel centro sportivo cantando e saltando. Le altre squadre ci guardavano con degli occhi grandi così.

Femmine e fiere. Uno spettacolo. Per cui, per una volta, anche la grammatica si piega alla predominanza femminile, e già siamo diventate “as meninas de Magoanine”, le ragazzine di Magoanine, e poco importa se nel mezzo ci si ficca anche qualche maschietto, ormai siamo la squadra delle ragazze (quando invece, di solito, basta che in un gruppo ci sia solo un uomo che già tutte le parole si piegano al maschile).

Ma andiamo con ordine.

In verità, il terzo campionato della città di Maputo è cominciato a febbraio, ma noi a Magoanine “acabavamos de começar”, come si dice qui: “finivamo di cominciare”, come se l’inizio non fosse un punto ma un processo (e, di fatto, c’hanno proprio ragione). E, sempre come si fa qui, le cose s’impara a farle con calma: per cui i tre allenatori hanno chiesto tempo prima di inserire la squadra nel campionato. Con calma si introducono le bambine nel mondo del rugby, si strutturano gli allenamenti, ci si conosce meglio, si fortifica l’abitudine e si crea lo spirito di squadra.

Perché questo accada, è necessario anche – mi hanno ricordato un giorno i tre allenatori – incontrare i genitori delle atlete. Così finalmente, a fine maggio, abbiamo convocato la prima riunione con i genitori o, come si chiamano qui, gli “encarregados de educação” e cioè chi, nella famiglia, è responsabile dell’educazione del minore (è molto comune che i bambini vivano con i nonni o altri parenti invece che con i genitori). Era l’occasione per presentarci, per far conoscere alle famiglie il rugby e creare un primo momento di loro coinvolgimento nella squadra.

Ci siamo trovati sotto il nostro albero nel campo della scuola alle 8 del mattino di un lunedì, con tutte le ragazzine e i loro “encarregados”. Gli allenatori hanno cominciato la riunione dicendo così: “Ringraziamo le famiglie qui presenti per la cieca fiducia che ci avete dato mandando le vostre figlie ad allenarsi con noi per tutti questi mesi senza sapere chi fossimo e cosa facessimo”.

Poi hanno mostrato i palloni, hanno raccontato cos’è il rugby e quali valori si porta dietro, qualche papà ha chiesto se può venire ad assistere alle partite e hanno elogiato il lavoro che stiamo facendo con le bambine. Abbiamo finalmente consegnato le schede d’iscrizione e le richieste di autorizzazione alle “trasferte” per il campionato, e così ufficialmente Magoanine è entrata a far parte del campionato di rugby della città di Maputo.

Di iscritti ne abbiamo 37, di cui 5 maschi (ma di ragazzette che vengono ad allenarsi ne abbiamo circa cinquanta). Le schede d’iscrizione ci stanno anche permettendo, in piccola parte, di inquadrare la situazione di provenienza delle atlete: alcune per esempio sono senza documenti d’identificazione, altri hanno supposti problemi fisici diagnosticati dalla nonna di turno (“te l’ha detto il medico che sei malato?”, “No, la mia vicina di casa”), altri sono molto più grandi rispetto alla classe che frequentano, un paio hanno portato la scheda bruciacchiata dalla candela perché non hanno l’elettricità in casa, altri ancora si sono compilati e firmati il foglio da sé perché non è ben chiaro chi sia il loro tutore. Tutto un mondo da esplorare, sempre con molta calma, naturalmente.

 

E così, il 16 giugno abbiamo partecipato alla nostra prima giornata di campionato. Si possono portare 10 giocatori per squadra, e abbiamo dovuto contrattare con il Maputo Rugby Club – organizzatore del campionato – per poter partecipare con due squadre, perché di bambini noi ne abbiamo tanti; due squadre della stessa categoria sono vietate, ma sull’età dei giocatori invece sono più flessibili, quindi abbiamo creato due gruppi divisi per “altezza” invece che per età: le più gracili giocano nei sub10 e le più massicce con i sub12.

Ne abbiamo convocate 20 per il 16 giugno, con ritrovo all’albero della scuola alle 6 del mattino. Con circa mezz’ora di ritardo (chi più, chi meno), se ne sono presentate ventisette; venti i convocati e sette che volevano solo venire a vedere. “Abbiamo i soldi per il trasporto!”, dicevano, e così le abbiamo caricate tutte sull’autobus per andare in città.

È stata una giornata all’insegna delle novità: prime corse coraggiose per sconfiggere la paura del buio alle 5 e mezza del mattino per presentarsi all’appuntamento a scuola; trovare sotto l’albero – non di Natale, ma quasi lo sembra per tutti i regali che ci sta offrendo! – le magliette nuove di Rugbio da indossare, e anche due ragazzi sconosciuti che si dicono accompagnanti della squadra (mano Luis e mano Elias, due giovanotti assistiti dalla Casa Famiglia in cui lavoro e assoldati, per tutto l’anno, come accompagnatori ufficiali della squadra per le trasferte in città); il viaggio nell’autobus di linea stipato di gente, e qui la novità è stata per gli altri passeggeri che hanno dovuto sorbire ventisette ragazzine che hanno cantato per tutto il viaggio, e cioè per un’ora buona; catapultarci, alla nostra fermata,  sul marciapiede e cominciare a correre verso il campo (eravamo estremamente in ritardo) senza smettere di cantare, entrando così a grande effetto nel centro sportivo, con le altre squadre che ancora non ci conoscevano ma che già ci volevano bene; le nostre prime due partite di campionato, l’adrenalina dell’attesa, del viaggio, dello scendere in campo, consumata in 10 minuti di gioco. “Ma come? Abbiamo già finito? Noi vogliamo giocare ancora e ancora!”, protestavano le ragazzine; abbiamo perso (ma questa non è una novità) però con stile e soprattutto con un sacco di seguaci – pare che in 10 minuti di gioco le bambine abbiano fatto una strage di cuori.

Alle otto e mezza avevano già finito di giocare, ma hanno chiesto di restare fino alla fine della giornata di campionato (in ogni giornata si sfidano le squadre di tutte le categorie, dai sub 10 ai senior). Hanno continuato a correre, saltare, giocare e ridere per tutta la mattina travolgendo tutti e tutto ciò che incontravano, dagli arbitri ai giocatori, dagli allenatori agli artigiani del mercato a fianco del campo. Mano Elias e mano Luis, i nostri nuovi accompagnatori, trascinati anch’essi dall’entusiasmo, si sono integrati perfettamente nel gruppo e sono stati proclamati dalle ragazzine come nuovi allenatori, nonostante fosse la prima volta che prendevano in mano un pallone da rugby – che, come ha sostenuto mano Luis alla prima vista dell’ovale: “oh ma sto pallone da rugby è proprio a forma di pane!” e noi non ce la facevamo più dal ridere mentre fingeva di ingoiare il pallone.  E, a proposito di pane, ste ragazzine sono talmente eccezionali che a metà mattinata hanno messo insieme le monetine che avevano (tenute nascoste nelle scarpe) per comprare 17 panini e 40 badjia (delle frittelle di fagioli tipiche di qui) e hanno diviso la merenda tra tutti noi. A vederle, dei bambini di un’altra squadra hanno detto al loro allenatore: “anche noi vogliamo fare così”. Incredibili, davvero.

Non contente, prima di andare via abbiamo dovuto discutere una buona mezz’ora perché “zia Irene andiamo in spiaggia a fare il bagno per favoreeeee!”. Però, mi dispiace ammetterlo, questo ho dovuto negarglielo, ma comunque prometterlo per una prossima volta. Sono un torrente in piena, davvero, che coinvolge tutto ciò che incontra. Tutti quelli che abbiamo incontrato, dall’autobus fino al campo, sono rimasti meravigliati dalla potenza di questo gruppo di ragazzine.

Incredibili, davvero (non mi stanco di ripeterlo, né di pensarlo).

A partire da ora, quindi, ogni due settimane circa abbiamo la partita del campionato; la successiva convocazione è stata un’altra commedia, tra pianti dei non convocati e un numero sempre crescente di ragazzine che vengono solo a vedere, tra chi prometteva di cucinare spezzatino per tutti e chi tremava già all’idea di quella corsa nel buio per arrivare all’albero alle 6 del mattino. Persino i due allenatori, quelli veri, Pepe e Dariva, si sono fatti trascinare dall’emozione e a fine allenamento mi hanno dato dei soldi per pagare il trasporto ai non convocati affinché potessero per lo meno venire ad assistere (e questo, signori, è un successo cla-mo-ro-so).

Incredibile, davvero. E, sempre davvero, grazie Rugbio, grazie con tutto il cuore, per il sostegno intercontinentale e per condividere le emozioni che possono scaturire da un pallone a forma di pane.

 

1 giugno 2018

Il cubo di Rugbik

Quello che mi piace del lavoro educativo a trecentosessanta gradi è che in una giornata lavorativa ci si ritrova a compiere otto mansioni diverse, tutte intrinsecamente educative ma che prevedono competenze e contenuti apparentemente distanti tra loro; come adesso, che mi trovo a scrivere l’articolino per il Blog mentre con l’occhio e orecchio destro accompagno il cartone animato della Valle Incantata in compagnia di tre ragazzini della Casa Famiglia in cui lavoro senza cercare di dimenticarmi la zuppa sul fuoco.

Quello che non mi piace delle insalate educative è che c’è il rischio di rimpinzare di aspetti educativi ogni angolo, di voler incontrare gesti pedagogici in ogni azione che si compie. O rimanere delusi se non si gestisce l’“educatività” di ogni movimento. Come adesso, che è stato un tranquillo mese di allenamenti e allora mi sembra che abbiamo fatto poco, o di non aver approfittato dei miliardi di potenzialità pedagogiche presenti in ogni istante, solo perché non ci son stati eventi sensazionali ed eccezionali di cui potersi vantare.

Dopo il primo torneo, abbiamo ricominciato a fare gli allenamenti normalmente, il lunedì e il mercoledì alle 8 e mezza nel bel mezzo della sabbia; normalmente vuol dire con numeri di bambini estremamente variabili (dai dodici ai quaranta), come variabile è il ritardo degli allenatori nell’arrivare a Magoanine (dai cinque ai trenta minuti). Normalmente vuol dire che ci sono allenamenti molto divertenti e altri un po’ meno animati; mattinate in cui le bambine ci corrono incontro fin sulla strada e non la smettono di chiacchierare, e altre giornate in cui faticano a rispondere alle nostre domande, e sembra che le dobbiamo punzecchiare solo per farci dire ciao.

Così come, normalmente, vuol dire anche lo strato di ansia che accompagna il mio respirare durante il lunedì e il mercoledì, soprattutto nei giorni di pioggia, ché alle 6 di mattina stiamo a discutere con gli allenatori il da farsi, affrontare un’ora e mezza di minivan con il rischio di non dare l’allenamento o rinunciare, ma se poi tra poco smette? E le piccole conseguenze a pioggia (per l’appunto) di ogni decisione, che sembra che spostando un tassello si cambi l’organizzazione dell’intero disegno. Se gli allenatori vengono e continua a piovere, si scoraggiano e perdono l’entusiasmo? E se non vengono che faccio, gli chiedo di restituire i soldi per il trasporto di quel giorno? E se smette di piovere nel frattempo, chi avvisa le bambine che non ci sarà l’allenamento? Per non dire di quando a Maputo piove a zone, tipo in Centro c’è il sole a Magoanine il diluvio.

Sono quei dilemmi su cui mi scervello alle cinque del mattino svegliata dal picchiettare della pioggia sul tetto di camera mia.

Durante e alla fine degli allenamenti, i motivi di apprensione sono altri: Ma le ragazzine si staranno divertendo abbastanza? Come coinvolgerle nel modo giusto? Perché alcuni desistono? Perché abbiamo poca presa sui maschi? Come mettere maggiormente l’accento sugli aspetti educativi delrugby? Cosa manca, cosa c’è in eccesso?

Una cosa bella è che facciamo tendenza, e questo mese abbiamo ricevuto due visite speciali: quella degli allenatori del Bhubess Pride e quella dei giovani giocatori dell’African Seven Cup. La prima era di un gruppo di giocatori di varie parti del mondo che sono venuti due settimane a fare formazione agli allenatori del Maputo Rugby Club (quindi anche ai nostri Pepe, Milton e Dariva) e hanno approfittato per fare un giro al campo di Magoanine, dando due allenamenti intensivi. La seconda è stata la visita degli studenti delle scuole francesi dell’Africa australe, riunitisi a Maputo per un torneo annuale. Anche in questo caso, curiosi di conoscere la squadra di Magoanine, hanno gestito altri due allenamenti.

È bello sia perché a Magoanine queste cose non succedono mai, e quindi abbiamo creato degli eventi, delle attrazioni e delle attenzioni per una parte di città che ne riceve ben poche; ed è bello anche perché questi gruppi sono venuti in macchina potendo così portare al campo tutti quegli attrezzi che noi non riusciamo mai ad avere: i sacchi per fare i placcaggi e i bag per fare le ruck. Le ragazzine erano in visibilio.

Una cosa che mi preoccupa è di non star approfondendo abbastanza la conoscenza delle ragazzine e dei ragazzini che vengono ad allenarsi: per ora sappiamo i nomi di quelli che vengono sempre, ma di quelli che vengono ogni tanto no; non sappiamo ancora con chi vivano, in che strade e in che case. Sappiamo che molti non fanno colazione prima di venire al campo e già gli abbiamo raccomandato di farlo, ma senza sapere chi è nelle condizioni di poterlo chiedere in casa. Non sappiamo se a scuola vanno bene o male, se fanno i compiti oppure no (ma ne abbiamo già beccate due che hanno bigiato le ripetizioni per venire ad allenarsi).

Sono veramente tanti piccoli ingranaggi colorati di un rompicapo in cui, a seconda di come li muovi, si modifica la sequenza dei colori e l’incastro dei quadratini: girando in un senso o nell’altro danno vita a nuove composizioni, a volte soddisfacenti a volte meno.

Quello che sappiamo è che il rugby li sta appassionando, che noi gli piacciamo perché siamo degli adulti un po’ diversi da quelli con cui sono abituati ad avere a che fare: non diamo punizioni, giochiamo con loro, ridiamo e scherziamo insieme, facciamo domande, li prendiamo per mano per spiegargli le cose, non ci arrabbiamo. Quello che è certo è che l’ora di allenamento è un’ora in cui provano a convivere con degli adulti in una maniera diversa, divertente e dolce allo stesso tempo.

È vero, i placcaggi non sono dolci, ma saperli spiegare con dolcezza fa parte dell’arte di educare.

 

9 aprile 2018

La prima partita non si dimentica mai

Noi allenatori non ci dimenticheremo della settimana pre-partita, con orde di bambini sconosciuti che venivano appendersi alle nostre braccia durante gli allenamenti supplicando di poter giocare; come cantava De Andrè, una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, e come la freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca, e quindi in pochissimi giorni si era diffusa voce in tutto il quartiere che avremmo portato un gruppo di bambini in città a un torneo di rugby. A quel punto agli allenamenti si sono presentati vicini di casa, cugini, figli di amici che avevano sentito che. Circa duecento. Che noi alla partita in città potevamo portarne al massimo venticinque, studenti della sesta e settimana classe della Scuola Primaria Magoanine B e che già venivano ad allenarsi con noi.

Quella settimana non ce la dimenticheremo perché dire di no è dura, ma anche dire di sì a chi vuole solo intrufolarsi per avere un passaggio in città non è facile. Un delirio, un delirio sotto il sole cocente e con la sabbia dappertutto. Comunque ne abbiamo selezionati 24, 3 squadre da 8 giocatori ciascuno. In verità sarebbe più giusto dire “giocatrici”, siccome ogni squadra era composta da 7 femmine e 1 maschio. Comunque.

L’appuntamento era per sabato mattina, alle 6 e mezza, di fronte alla scuola.

 

Venerdì sera mi sorge un dubbio: ma forse avremmo dovuto avvisare le famiglie? No perchè in tutto questo, noi siamo arrivati ai ragazzini (e alle ragazzine) attraverso la scuola, attraverso la professoressa di educazione fisica e stando sul campo con l’ovale in mano. Mica si fa l’iscrizione, dico. Mica c’è un registro coi nomi e chessò, numero di telefono dei genitori. Mi chiedo, ma sarà che le famiglie ce li mandano così i loro figli, senza sapere manco chi siamo e dove andiamo? Rimango col dubbio, chè tanto a quell’ora, e già in città per giunta, non avrei potuto fare altrimenti.

Venerdì a mezzanotte e mezza mi telefona l’allenatore Pepe chiedendomi se il giorno dopo posso accompagnarlo in motorino, alle 6 del mattino, a recuperare le ragazzine a Magoanine. L’accordo non era questo ma, appunto, la prima partita non si scorda mai e io ero già stra in ansia, per cui gli ho detto subito sì senza pensare a cause e conseguenze. Comunque.

 

Sabato mattina, il giorno della partita, alle 5 e mezza, carico l’allenatore Pepe sul motorino e, col sole che sorge a cavallo del mare, ci dirigiamo verso Magoanine, con Pepe che urla a ogni sorpasso perché è la prima volta che sale su un motorino e c’ha una gran paura. Affrontiamo pure le sabbie del quartiere e arriviamo sani e salvi (l’allenatore Pepe anche molto sudato) al campo della scuola; le ragazzine (e i ragazzini) ci stanno già aspettando, puntualissimi! E agitatissimi, ovviamente. Confermo quindi che, sì, i genitori ce li hanno mandati fidandosi ciecamente (non so se di noi o delle loro figlie responsabili).

Pepe fa finalmente un elenco delle giocatrici (e giocatori) divise nelle tre squadre.

È la prima uscita di gruppo, siamo tutti emozionati e per strada ci teniamo per mano fino alla fermata dei minivan, ma siamo fortunati e passa un autobus grande (si chiama Machimbombo) che ci carica a tutti e ci lascia vicini al Centro Sportivo di Maputo. Lungo il tragitto ne approfittiamo per chiacchierare un po’, e scopriamo che: Cremilda non è mai uscita dal quartiere, Stivia ha la nonna che abita dall’altro lato del fiume e dopo la partita andrà là da sola, Felismina ha il numero della mamma scritto su un bigliettino e ha chiesto di chiamarla (finalmente!), Luisa vuole vincere a tutti i costi, e Fatima ha uno zaino immenso perché si è portata la merenda

(“Cos’hai portato di buono?”
“Dello spezzatino”
“Ah! È avanzato dalla cena?”
“No, me lo sono preparato apposta ieri pomeriggio per portarlo in partita”
E poi ho scoperto che c’aveva pure il pane e delle fette di torta!).

 

Al centro sportivo ci aspettano altre 3 squadre, rispettivamente Costa do Sol, Mafalala, Kongolote e Laulane (sono quartieri di Maputo). È un torneo amichevole di rugby touch, della durata di una mattinata; il campo era suddiviso in altri 3 campi, ciascuno occupato da una squadra di ogni quartiere. Quindi 4 squadre per campo che creavano un girone. I vincitori dei gironi si sarebbero poi incontrati tra loro per disputare le finali.

Le nostre giocatrici rimangono subito turbate da due fatti:

  • Tia Irene, ma le altre squadre sono di tutti maschi”

e

  • “Ma loro sanno giocare per davvero!”

Ottime osservazioni, in entrambi i casi. Eh sì, le altre squadre esistono già da un paio d’anni quindi sanno giocare meglio di noi; e, non si sa perché, sono il contrario di noi, e cioè 7 maschi e 1 femmina per ogni squadra.

Ma, per fortuna, le nostre ragazzine rimangono sì turbate, ma non intimorite. Anzi, non vedono l’ora di entrare in campo. Io rimango sorpresa da quanto siano agguerrite, non me l’aspettavo!

L’arbitro fischia e loro si dispongono lungo il campo. Il senso del gioco lo abbiamo imparato mercoledì, giusto tre giorni prima. Ma creano una linea di difesa inespugnabile. Si avventano sugli avversari gridando tooouch!! Con le sopracciglia aggrottate per lo sforzo e per la concentrazione (e per il sudore, che comunque i trentacinque gradi non ci abbandonano mai).

Non so perché ma stiamo simpatiche a tutti, quindi gli allenatori delle altre squadre fanno a gara per accompagnare le nostre ragazzine e dargli suggerimenti durante il gioco. Uno diverso ad ogni lato del campo.

Provano i passaggi, provano a risalire il campo, sono davvero impavide e coraggiose, considerando che conoscono un terzo delle regole del gioco. Infatti ci eravamo dimenticati di dirgli che non si discute con l’arbitro, e ad ogni palla giudicata della squadra avversaria, loro si avventano sull’arbitro coi ditini indici puntati in segno di rimprovero e discutendo a gran voce.

La prima partita la perdono, com’è normale che sia. Fatima non ci può credere e scoppia a piangere, Pepe ci crede ancora meno e corre ad abbracciarla stupito, in un nanosecondo la tenerezza trasforma le urla incazzate delle giocatrici in pianti e abbracci pieni di emozione.

Le carichiamo, gli spieghiamo, le incoraggiamo, e tornano in campo. Vabbè, perdiamo tutte le partite ma all’unica meta che riescono a segnare è un successo clamoroso, ci rincorrono urlando “abbiamo fatto goool!!” e in quel momento poco importa che sia meta e non gol, quel che conta è quella felicità straripante che ti sale dalle caviglie e esplode nelle braccia e nella voce, e ti fa sentire il campione della giornata se non la migliore squadra di tutti i tempi.

Intanto, mi accorgo pure che le nostre giocatrici hanno già un sacco di spasimanti e, tra una partita e l’altra, riescono a far nascere spontaneamente delle partite e giochi paralleli a bordo campo.

 

 

Poi mangiamo lo spezzatino, le fette di torta, l’organizzazione offre pure a tutti un piatto di riso, pollo e patatine fritte (lì l’emozione è alle stelle), regalano a tutti delle medaglie e certificati di partecipazione e, stremate ma ancora saltellanti, ci apprestiamo a tornare verso Magoanine.

Alla fermata rimaniamo ad aspettare quasi un’ora senza che passi nemmeno un bus, finché Pepe risolve la situazione caricandoci su un camioncino (pratica comune di trasporto di persone) con il compito di lasciarci a Magoanine.

 

Il viaggio di ritorno è una grande festa, le ragazzine hanno l’ordine di stare sedute (già siamo in trenta nel cassone di un camion) ma cantano tutto il tempo un coro che fa: “È Magoanine! È Magoanine che comanda e che vince!”


Arriviamo alla scuola che sono le cinque del pomeriggio, giusto 11 ore dopo essere partite. Esauste, emozionate, piene di sabbia e sudore. Ci abbracciamo e ci diamo appuntamento all’allenamento seguente. Di lunedì mattina, alle otto e mezza, vi lascio immaginare come si sono presentate agli altri giocatori che non erano venuti sabato: le reginette del rugby.  Massime esperte di rugby in tutto il quartiere di Magoanine. Ed è pure vero.

3 aprile 2018

Gioie e dolori del giovane rugby

La squadra di Magoanine, nel primo mese di allenamenti, ha già raggiunto un primato urbano: siamo la squadra under 13 di Maputo con il maggior numero di ragazze! Anche i tre allenatori, Mitò, Pepe e Nenè ne sono rimasti sorpresi ai primi allenamenti, quando su una quarantina di bambini una buona trentina erano ragazze.

Sono sorpresi perché nelle altre squadre che allenano non è così anzi, è quasi il contrario; loro sostengono che sia dovuto al quartiere, che le ragazzine del centro città sono piene di “xiliques”, e cioè che fanno le smorfiosette. Invece a Magoanine è diverso, quasi è campagna, le abitudini e le mode sono differenti dalla città di cemento, e le ragazzine si fanno meno problemi a praticare uno sport come il rugby.

Anch’io sono rimasta sorpresa che le ragazzine partecipassero così tanto ma, mi permetto di aggiungere, io credo anche che sia perché a Magoanine non c’è niente da fare, e perché si sentono incentivate dalla presenza di un’allenatrice donna; le proposte per i giovani nel quartiere sono molto limitate, e anche le pose che una donna può assumere tra le sabbie delle vie sono limitate, e allora il rugby diventa uno spazio, un tempo e un’occasione nuova in cui potersi sperimentare.

C’è anche da dire che, in generale, stimoliamo una certa curiosità nella scuola: chi saranno mai questi quattro tipi con scarpette e calzettoni che girano per il cortile con ‘ste palle ovali in mano?

 

I ragazzini ci aspettano all’ombra dell’albero di mango e ci guardano arrivare divertiti, ché dei professori così dentro alla scuola non li hanno mica mai visti: qui la formalità e cerimoniosità delle relazioni è molto importante, per cui non si può salutare in un qualunque modo (è una cantilena che fa: “buongiorno signor professore, stiamo bene di salute grazie a dio, obrigada”), per cui non ci si veste in qualunque modo (pantaloncini corti a scuola sono vietati) e, cosa ancora più importante, non si parlano i dialetti a scuola (il portoghese è la lingua ufficiale nonché coloniale, ma la gente parla un sacco di altre lingue di origine Bantu, a Maputo prevalentemente Changana e Ronga).

Questa questione della lingua è stato un po’ l’asso nella manica dei tre allenatori per conquistare l’interesse dei ragazzini: i professori non parlano changana a scuola, mentre dopo i primi scambi di battute e di palle ovali, Pepe ha cominciato a spiegare in dialetto le regole del gioco, a esclamare “Uatwa!” ad ogni lancio ben fatto (vuol dire tipo “và che roba!”) e i bambini a ridere come pazzi, mentre rompono un tabù non da poco: il dialetto può essere una lingua di insegnamento formale.

Il lunedì e il mercoledì ci vediamo al campetto – di sabbia – della scuola alle 8 e mezza del mattino, di solito i bambini sono già lì ad aspettarci, trepidanti. Gli allenatori arrivano con le facce mezze addormentate, perché posso garantirvi che il paio d’ore che passano sui mini van per raggiungere il campo sono davvero estenuanti.

Abbiamo cominciato gli allenamenti da tre settimane e ancora il numero di bambini è molto variabile, tra i quaranta e i settanta (di media, ma abbiamo raggiunto picchi di centottanta), una parte ritorna sempre e altri invece appaiono saltuariamente. Alcuni vengono con l’uniforme di educazione fisica e altri in gonnellina, alcuni si allenano a piedi nudi, altri in ciabatte e pochi con scarpe da ginnastica.

Per adesso è tutto un gran bel casino, dalla gestione del marasma di ragazzini durante l’allenamento alla gestione dei tre allenatori e delle dinamiche con il Maputo Rugby Club.

È un casino sì, un casino intenso e confuso, imprevedibile e africano. Interpretare le dinamiche che ci sono nel mezzo è complicato, ma allo stesso tempo estremamente coinvolgente.

Abbiamo cominciato gli allenamenti con le linee di pass, rispettare il tempo della palla, chiamarla a gran voce, correre in avanti e passare. Solo che sono tanti ‘sti ragazzini, e allora si trovano ad aspettare, e invece vogliono giocare.  Quindi a volte ritornano, a volte no. È pure successo, all’inizio, che i bambini venissero e gli allenatori no, senza avvisare e senza dire niente.

E allora lì bisogna scavare, riprendere il gesto della pala che scava nella sabbia per dissotterrare i problemi e capire cos’è che non va. Che qui non è facile, la sabbia è profonda e fatta di milioni di granelli accavallati uno sull’altro, e capire dove sia la radice della questione è un’impresa complicata. I machangana non si lamentano molto dei loro problemi. Se una cosa non gli va bene non reclamano, semplicemente si rifiutano di farla. Ho dovuto inseguire gli allenatori nelle sabbie del loro quartiere, sedermi e chiacchierare, andare a trovarli nel loro territorio e farmi spiegare.

Il problema era (ed è) nella relazione economica (ma non solo…) con il Maputo Rugby Club, prima società di rugby mozambicana che da un paio d’anni sta formando atleti affinché diventino allenatori certificati di rugby, sostenendoli nell’apertura e nella gestione di nuove squadre in vari quartieri della città. Inoltre, il Maputo Rugby Club (detto MRC) ha fondato la Federazione Mozambicana di Rugby, con la speranza che, col tempo, le diverse squadre diventino autonome e possano associarsi alla Federazione come società autogestite.

In questo momento l’MRC sta chiedendo molti sforzi ai propri allenatori, nonché giocatori senior, mandandoli in ogni lato della città, garantendo in cambio un piccolo sussidio (ajuda de custos); ma il quartiere di Magoanine è molto lontano, e gli allenatori hanno chiesto un incentivo e che gli venisse coperto il costo degli spostamenti. Arrivare a Magoanine costa (per tutti e tre) 200 meticais alla settimana, e cioè 800 al mese, si tratta di una dozzina di euro ma che a loro fanno la differenza. E capisco anche che chiedano un incentivo per incaricarsi della responsabilità di una nuova squadra e degli allenamenti che gli occupano due intere mattinate (senza considerare i futuri tornei nel weekend). Si tratta di, mensilmente, poco meno di trenta euro (2000 meticais) per il primo allenatore, e di altri quattordici (1000 meticais) per ogni vice allenatore. *

 

Gli allenatori hanno chiesto, il Maputo Rugby Club non ha risposto, e allora loro non si sono presentati agli allenamenti. E però così abbiamo perso dei bambini, ché di stare lì ad aspettare sotto l’albero senza che niente succeda ha fatto passare la voglia, ad alcuni, di venire ad allenarsi.

Allora ho cercato di intermediare, di garantire per lo meno il costo dei trasporti per far arrivare i tre allenatori alla scuola di Magoanine, ma per ora chi sta fornendo questo valore è il portafoglio personale del coordinatore della società, e questo non lo trovo giusto.

Pepe, Milton e Nenè hanno accettato il compromesso con una certa riluttanza, e qui bisogna dire che chi poi li ha convinti davvero sono stati i bambini di Magoanine con il loro entusiasmo: sai, arrivare alla scuola dopo due ore di chapa (i minibus del trasporto pubblico) e trovare un nugolo di ragazzetti esaltati che non vede l’ora di prendere la palla in mano, che accerchia gli allenatori in trepidazione per giocare e che, alla fine dell’allenamento, li prende per mano senza lasciarli tornare a casa, contribuisce a fortificare quel compromesso emotivo fatto di soddisfazione, orgoglio, valorizzazione e piacere dello stare insieme in campo.

Pepe, Milton e Nenè sono stati presi un po’ alla sprovvista da tutti quei sorrisi carichi di aspettative e di simpatia. Si sentono desiderati, e si accorgono della potenzialità della loro presenza in questo quartiere. Arrivano sempre più puntuali e sempre più sorridenti con le loro magliette di Rugbio, convinti che creare ponti sia importante, in tutti i lati del mondo. Prendono i palloni e cominciano a lanciarli, coi bambinetti a corrergli dietro, scherzano, si prendono in giro, nascono i primi soprannomi e le prime relazioni, confusioni di piedi per aria e facce nella sabbia, e sudore che ci appiccica un po’ tutti.

Alla fine dell’ora fanno sedere i bambini sotto l’albero di mango e gli domandano com’è andato l’allenamento, i bambino rispondono “bene” a parte una, Cristina Rui, una bassetta piena di energia e di segni sulla faccia, che alza la mano e dice: “i miei compagni non chiamano abbastanza forte la palla, a partire da oggi io la passerò solo a chi grida per davvero”. Scroscio di appalusi e di risate.

Il “terzo tempo” post allenamento si sta prolungando sempre di più, i tre allenatori gongolano nel mucchio di questi ragazzetti che li prendono per mano, li abbracciano, li circondano, gli domandano e se la ridono, eccome se se la ridono, proprio dal cuore. L’altro giorno Mitò mi ha detto, “quei bambini di Magoanine sono davvero meravigliosi”.

Io sono sorpresa della spontaneità con cui certi aspetti del rugby vengano interiorizzati dai bambini, di come certe cose non sia necessario spiegarle perché vengono da sé, di come una mischia, un placcaggio o una discussione post allenamento abbiano un ché di naturale e istintivo e di come stiano sorgendo spontanei, tra le sabbie e le risate che si sollevano dal campo.


* Parlare di reddito medio a Maputo non è semplice, le differenze salariali tra categorie professionali sono abissali e la maggior parte delle persone lavorano nel mercato informale, quindi difficilmente quantificabile. Basti sapere, per avere un metro di paragone, che il salario minimo statale di un allenatore sportivo non qualificato è di circa 3800 meticais mensili, corrispondenti a 54 euro.

 

18 febbraio 2018

I grandi si intendono di numeri, i bambini di tutto il resto.

La prima cosa che colpisce è la quantità di sabbia che si estende ai lati delle strade principali.

 

 

C’è una strada di asfalto e tutt’intorno viuzze di sabbia che si divincolano tra abitazioni di cemento e lamiera, tra chiese ricavate da vecchi capannoni e da baracche che vendono “tresém”, tre birre a un euro e trenta. Nel mezzo è tutta sabbia, sabbia rossa e sabbia gialla, che s’impantana quando piove e che s’impiglia nei capelli quando tira vento.

 

 

Magoanine B è un quartiere tra tanti, sorto una quindicina di anni fa da un progetto di ricollocamento degli abitanti di altri quartieri devastati dalle inondazioni che periodicamente mettono in ginocchio il Mozambico.

Nel Duemila qui c’erano solo alberi e sabbia, ma era considerata una zona sicura e così ci hanno trasferito la gente e poi sono arrivate le case e le strade ma si sono dimenticati di fare i canali di scolo, e allora il problema degli allagamenti si presenta ogni quindici giorni.

Il quartiere Magoanine B si trova a venti chilometri dal centro della città e quindi a un paio d’ore di viaggio scarrozzati sui mini van e camioncini del trasporto pubblico urbano. Non che
Maputo sia una grande capitale, ci abitano poco più di un milione di persone, ma la maggior parte vive in casette monofamiliari, e allora i confini della città si confondono con quelli dei campi.

La scuola primaria di Magoanine B sta nel mezzo delle strade di sabbia, a una decina di minuti a piedi dalla strada: dalla fermata CMC (acronimo di Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna) s’imbocca una larga strada di sabbia da percorrere fino al primo albero di canhu, lì si gira a destra affondando nella sabbia e nei mattoni incastonati nella terra per permettere il passaggio quando piove, e poi al terzo albero di moringa si svolta a sinistra e poco dopo spunta la scuola.

È così che ho spiegato ai tre allenatori come arrivare alla scuola per fare il primo allenamento di rugby. Il popolo Machangana si orienta così, e non si perdono mai.

La scuola è visibile dalla strada perché ancora non c’è muro, è in uno spiazzo di sabbia in cui si ergono tre file di capannoni suddivisi in aule, duemila e trecento alunni in totale, circa sessanta per ogni classe. Il direttore pedagogico della scuola è un gran lavoratore di buone intenzioni, e infatti ha ottenuto un finanziamento pubblico e la struttura scolastica sta migliorando notevolmente, con la costruzione del muro di recinzione e di un padiglione nuovo di zecca.

Il direttore pedagogico e la professoressa Enriqueta ci stavano aspettando, era da novembre che stavamo prendendo accordi tra la scuola e la mia squadra di rugby, il Maputo Rugby Club, che da un paio d’anni sta diffondendo a macchia d’olio esperienze rugbistiche nei campi di sabbia dei quartieri della città: ha creato un campionato a cui partecipano una dozzina di squadre e ha aperto la federazione mozambicana di rugby con l’idea che, col tempo, queste squadre diventino autonome e possano associarsi alla federazione.

 

 

E poi, da delle chiacchiere milanesi, è spuntata la volontà di collaborare con Rugbio: cercavamo dei paradenti e ci siamo imbattuti nel Centro Sportivo di Cusago, in Alessandro e nelle sue utopie rugbistiche. È stato un incontro stimolante che ha fatto crescere la convinzione e determinazione del voler aprire la squadra a Magoanine B, con la consapevolezza di avere un appoggio in più. È un sostegno d’oltreoceano, ma che speriamo possa presto accorciare le distanze.

Nella scuola di Magoanine B abbiamo scelto di cominciare con due classi, la sesta e la settima (corrispondono alla nostra seconda e terza media) che qui vuol dire dodici sezioni da sessanta alunni ciascuna, e cioè settecentoventi ragazzi suppergiù. Rugbio ci ha consegnato cinquanta paradenti, trenta magliette per i bambini, delle magliette per gli allenatori e tre palloni.

 

 

Il nuovo anno scolastico è iniziato il 5 febbraio, e il 12 febbraio abbiamo incominciato con il rugby. I tre allenatori che stanno partecipando, Pep, Milton e Nenè sono preparati, allenano già altre quattro squadre di bambini.

La prima settimana abbiamo partecipato a tutte le lezioni di educazione fisica per far provare ai ragazzini un allenamento di rugby e convocarli, nella settimana seguente, ai primi veri allenamenti. Il lunedì ci siamo trovati alla scuola e Jaime, il coordinatore del Maputo Rugby Club, ha fatto un bellissimo discorso al direttore e alla professoressa Enriqueta. Ha detto, questo giorno sarà un momento storico per Magoanine, stiamo fondando la prima squadra di rugby del quartiere, non ne è mai esistita una e le persone non hanno mai visto una palla ovale, da oggi la conosceranno e la ameranno.

 

 

I primi studenti li abbiamo incontrati seduti all’ombra di un albero di mango, tutti in divisa sportiva bianca. Li abbiamo invitati al campo di sabbia adiacente, e sotto un sole da trentacinque gradi ci siamo disposti in un grande cerchio. L’allenatore Pep ha mostrato i palloni e ha chiesto ai ragazzini: “Chi di voi sa scavare una buca con una pala?”. Qui tutti lo sanno fare – per buttare la spazzatura si si scava una grande buca nel cortile di casa, la si riempie di rifiuti e poi si ricopre e se ne apre un’altra. “Mostratemi il gesto, fatemi vedere come impugnate la pala e scavate una buca”. I sessantasette ragazzini hanno imitato il gesto, dimostrando effettivamente di essere dei grandi esperti di buche nella sabbia. L’allenatore Nenè ha aggiunto: “Sostituite la pala con la palla ovale e avrete già imparato a lanciare”.

 

 

Anche per spiegargli la ricezione è stato molto semplice. L’allenatore Milton ha detto agli alunni: “Fatemi vedere come si prega”, perché qui si prega con le mani aperte di fronte al petto, e ha aggiunto: “Al posto di una benedizione riceverete una palla ovale”, e così abbiamo fatto. Abbiamo provato un po’ di passaggi gridando il nome del compagno, un po’ di esercizi di lancio e ricezione e poi, delimitando un piccolo campo e due squadre, abbiamo giocato ai “dieci passaggi”, senza regole, l’importante è arrivare a dieci passaggi senza farsi rubare la palla dagli avversari. Ed è subito mischia, risate e sudore. Quarantacinque minuti di presentazione per ogni classe, al termine di ogni lezione i ragazzini si risiedono all’ombra dell’albero e chiediamo a chi è piaciuto e chi vorrebbe giocare di più. Tutti dicono “Io! Io!”, e allora vengono convocati agli allenamenti che cominceranno la settimana seguente.

 

 

Il secondo giorno, alla prima classe che incontriamo sotto l’albero, chiediamo, mostrando l’ovale: “Chi ha già visto questo pallone?” in tanti alzano la mano, e alla domanda di dove l’abbiano già visto, rispondono: ”Qui a scuola, da ieri”. Sono curiosi e vogliono giocare, la professoressa Enriquetta si appassiona pure lei e le lasciamo un pallone per poter fare gli stessi giochi anche con altre classi dove noi non riusciamo a partecipare (la vita mozambicana è un susseguirsi di imprevisti e di cause di forza maggiore che deviano i programmi da un momento all’altro).

 

 

Dal 19 febbraio comincerà ufficialmente la creazione della squadra di Magoanine B. Gli allenamenti si terranno il lunedì e il mercoledì nel campo di sabbia della scuola, alle 8 del mattino (i ragazzini vanno a scuola di pomeriggio).

 

 

Pep, Milton e Nenè dovranno partire alle 6 per arrivare in tempo agli allenamenti, ma preferiscono così per poter ritornare a casa prima di pranzo. Per fare un’ora di allenamento escono di casa alle 6 e ci ritornano alle 11, ma qui sono machangana e questa è la loro vita, e il rugby per loro è diventato passione e appartenenza e non c’è strada di sabbia che li trattenga dall’inseguire un sogno ovale in ogni angolo della città.

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