La prima partita non si dimentica mai - RugBio Maputo

La prima partita non si dimentica mai

Noi allenatori non ci dimenticheremo della settimana pre-partita, con orde di bambini sconosciuti che venivano appendersi alle nostre braccia durante gli allenamenti supplicando di poter giocare; come cantava De Andrè, una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, e come la freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca, e quindi in pochissimi giorni si era diffusa voce in tutto il quartiere che avremmo portato un gruppo di bambini in città a un torneo di rugby. A quel punto agli allenamenti si sono presentati vicini di casa, cugini, figli di amici che avevano sentito che. Circa duecento. Che noi alla partita in città potevamo portarne al massimo venticinque, studenti della sesta e settimana classe della Scuola Primaria Magoanine B e che già venivano ad allenarsi con noi.

Quella settimana non ce la dimenticheremo perché dire di no è dura, ma anche dire di sì a chi vuole solo intrufolarsi per avere un passaggio in città non è facile. Un delirio, un delirio sotto il sole cocente e con la sabbia dappertutto. Comunque ne abbiamo selezionati 24, 3 squadre da 8 giocatori ciascuno. In verità sarebbe più giusto dire “giocatrici”, siccome ogni squadra era composta da 7 femmine e 1 maschio. Comunque.

L’appuntamento era per sabato mattina, alle 6 e mezza, di fronte alla scuola.

 

Venerdì sera mi sorge un dubbio: ma forse avremmo dovuto avvisare le famiglie? No perchè in tutto questo, noi siamo arrivati ai ragazzini (e alle ragazzine) attraverso la scuola, attraverso la professoressa di educazione fisica e stando sul campo con l’ovale in mano. Mica si fa l’iscrizione, dico. Mica c’è un registro coi nomi e chessò, numero di telefono dei genitori. Mi chiedo, ma sarà che le famiglie ce li mandano così i loro figli, senza sapere manco chi siamo e dove andiamo? Rimango col dubbio, chè tanto a quell’ora, e già in città per giunta, non avrei potuto fare altrimenti.

Venerdì a mezzanotte e mezza mi telefona l’allenatore Pepe chiedendomi se il giorno dopo posso accompagnarlo in motorino, alle 6 del mattino, a recuperare le ragazzine a Magoanine. L’accordo non era questo ma, appunto, la prima partita non si scorda mai e io ero già stra in ansia, per cui gli ho detto subito sì senza pensare a cause e conseguenze. Comunque.

 

Sabato mattina, il giorno della partita, alle 5 e mezza, carico l’allenatore Pepe sul motorino e, col sole che sorge a cavallo del mare, ci dirigiamo verso Magoanine, con Pepe che urla a ogni sorpasso perché è la prima volta che sale su un motorino e c’ha una gran paura. Affrontiamo pure le sabbie del quartiere e arriviamo sani e salvi (l’allenatore Pepe anche molto sudato) al campo della scuola; le ragazzine (e i ragazzini) ci stanno già aspettando, puntualissimi! E agitatissimi, ovviamente. Confermo quindi che, sì, i genitori ce li hanno mandati fidandosi ciecamente (non so se di noi o delle loro figlie responsabili).

Pepe fa finalmente un elenco delle giocatrici (e giocatori) divise nelle tre squadre.

È la prima uscita di gruppo, siamo tutti emozionati e per strada ci teniamo per mano fino alla fermata dei minivan, ma siamo fortunati e passa un autobus grande (si chiama Machimbombo) che ci carica a tutti e ci lascia vicini al Centro Sportivo di Maputo. Lungo il tragitto ne approfittiamo per chiacchierare un po’, e scopriamo che: Cremilda non è mai uscita dal quartiere, Stivia ha la nonna che abita dall’altro lato del fiume e dopo la partita andrà là da sola, Felismina ha il numero della mamma scritto su un bigliettino e ha chiesto di chiamarla (finalmente!), Luisa vuole vincere a tutti i costi, e Fatima ha uno zaino immenso perché si è portata la merenda

(“Cos’hai portato di buono?”
“Dello spezzatino”
“Ah! È avanzato dalla cena?”
“No, me lo sono preparato apposta ieri pomeriggio per portarlo in partita”
E poi ho scoperto che c’aveva pure il pane e delle fette di torta!).

 

Al centro sportivo ci aspettano altre 3 squadre, rispettivamente Costa do Sol, Mafalala, Kongolote e Laulane (sono quartieri di Maputo). È un torneo amichevole di rugby touch, della durata di una mattinata; il campo era suddiviso in altri 3 campi, ciascuno occupato da una squadra di ogni quartiere. Quindi 4 squadre per campo che creavano un girone. I vincitori dei gironi si sarebbero poi incontrati tra loro per disputare le finali.

Le nostre giocatrici rimangono subito turbate da due fatti:

  • Tia Irene, ma le altre squadre sono di tutti maschi”

e

  • “Ma loro sanno giocare per davvero!”

Ottime osservazioni, in entrambi i casi. Eh sì, le altre squadre esistono già da un paio d’anni quindi sanno giocare meglio di noi; e, non si sa perché, sono il contrario di noi, e cioè 7 maschi e 1 femmina per ogni squadra.

Ma, per fortuna, le nostre ragazzine rimangono sì turbate, ma non intimorite. Anzi, non vedono l’ora di entrare in campo. Io rimango sorpresa da quanto siano agguerrite, non me l’aspettavo!

L’arbitro fischia e loro si dispongono lungo il campo. Il senso del gioco lo abbiamo imparato mercoledì, giusto tre giorni prima. Ma creano una linea di difesa inespugnabile. Si avventano sugli avversari gridando tooouch!! Con le sopracciglia aggrottate per lo sforzo e per la concentrazione (e per il sudore, che comunque i trentacinque gradi non ci abbandonano mai).

Non so perché ma stiamo simpatiche a tutti, quindi gli allenatori delle altre squadre fanno a gara per accompagnare le nostre ragazzine e dargli suggerimenti durante il gioco. Uno diverso ad ogni lato del campo.

Provano i passaggi, provano a risalire il campo, sono davvero impavide e coraggiose, considerando che conoscono un terzo delle regole del gioco. Infatti ci eravamo dimenticati di dirgli che non si discute con l’arbitro, e ad ogni palla giudicata della squadra avversaria, loro si avventano sull’arbitro coi ditini indici puntati in segno di rimprovero e discutendo a gran voce.

La prima partita la perdono, com’è normale che sia. Fatima non ci può credere e scoppia a piangere, Pepe ci crede ancora meno e corre ad abbracciarla stupito, in un nanosecondo la tenerezza trasforma le urla incazzate delle giocatrici in pianti e abbracci pieni di emozione.

Le carichiamo, gli spieghiamo, le incoraggiamo, e tornano in campo. Vabbè, perdiamo tutte le partite ma all’unica meta che riescono a segnare è un successo clamoroso, ci rincorrono urlando “abbiamo fatto goool!!” e in quel momento poco importa che sia meta e non gol, quel che conta è quella felicità straripante che ti sale dalle caviglie e esplode nelle braccia e nella voce, e ti fa sentire il campione della giornata se non la migliore squadra di tutti i tempi.

Intanto, mi accorgo pure che le nostre giocatrici hanno già un sacco di spasimanti e, tra una partita e l’altra, riescono a far nascere spontaneamente delle partite e giochi paralleli a bordo campo.

 

 

Poi mangiamo lo spezzatino, le fette di torta, l’organizzazione offre pure a tutti un piatto di riso, pollo e patatine fritte (lì l’emozione è alle stelle), regalano a tutti delle medaglie e certificati di partecipazione e, stremate ma ancora saltellanti, ci apprestiamo a tornare verso Magoanine.

Alla fermata rimaniamo ad aspettare quasi un’ora senza che passi nemmeno un bus, finché Pepe risolve la situazione caricandoci su un camioncino (pratica comune di trasporto di persone) con il compito di lasciarci a Magoanine.

 

Il viaggio di ritorno è una grande festa, le ragazzine hanno l’ordine di stare sedute (già siamo in trenta nel cassone di un camion) ma cantano tutto il tempo un coro che fa: “È Magoanine! È Magoanine che comanda e che vince!”


Arriviamo alla scuola che sono le cinque del pomeriggio, giusto 11 ore dopo essere partite. Esauste, emozionate, piene di sabbia e sudore. Ci abbracciamo e ci diamo appuntamento all’allenamento seguente. Di lunedì mattina, alle otto e mezza, vi lascio immaginare come si sono presentate agli altri giocatori che non erano venuti sabato: le reginette del rugby.  Massime esperte di rugby in tutto il quartiere di Magoanine. Ed è pure vero.

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